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Non si ammalano di Aids:
un gene spiega perché
Restano un mistero per gli scienziati, ma presto potrebbero diventare la chiave per formulare vaccini anti-Aids universali. Sono i cosiddetti "non progressor", pazienti colpiti dal virus dell`HIV che non si ammalano, 1 su 200 sono quelli che addirittura riescono a tenere sotto scacco "immunitario" lo stesso virus, senza bisogno di terapie. Un team di ricercatori del MIT (Massachusetts Institut of Technologies) e di Harvard ha scoperto perché il loro sistema immunitario è più forte grazie ad una simulazione al computer i cui risultati sono stati pubblicati con grande risalto sulla rivista Nature.
Il merito sembra essere di una mutazione genetica, di cui sono i rari portatori. Con questa variante genetica, le cellule T, "cellule-soldato" a difesa dell`organismo, imparano a riconoscere meglio il virus, anche quando muta. La "palestra" delle cellule immunitarie si trova nel timo, ghiandola in cui vengono "educate" a individuare le tracce proteiche, gli antigeni, che identificano gli ospiti virali, compreso il virus della sindrome dell`immunodeficienza acquisita. I ricercatori, guidati dall`immunologo Arup Chakraborty, sperano di poter replicare il modello di questi "super-pazienti" per sviluppare un farmaco o un vaccino che aiuti i sieropositivi a rischio a tenere lontana la malattia.
La chiave, ha spiegato Chakraborty, sarebbe proprio nel meccanismo di maturazione delle cellule T, i linfociti. Il grado della loro efficacia dipende dall`abilità che sviluppano nell`allarmarsi in presenza degli antigeni umani leucocitari (HLA) estranei, molecole che si trovano sulla superficie di cellule virali e batteriche. In presenza della mutazione del gene HLA, chiamata HLS B57 1, i ricercatori si sono accorti che i linfociti selezionati grazie ad una minor quantità di tracce estranee, si mostrano più attenti e aggressivi contro l`Hiv, ma anche causa di reazioni immunitarie e malattie autoimmuni più eclatanti nei soggetti con la variante genica.
Il merito sembra essere di una mutazione genetica, di cui sono i rari portatori. Con questa variante genetica, le cellule T, "cellule-soldato" a difesa dell`organismo, imparano a riconoscere meglio il virus, anche quando muta. La "palestra" delle cellule immunitarie si trova nel timo, ghiandola in cui vengono "educate" a individuare le tracce proteiche, gli antigeni, che identificano gli ospiti virali, compreso il virus della sindrome dell`immunodeficienza acquisita. I ricercatori, guidati dall`immunologo Arup Chakraborty, sperano di poter replicare il modello di questi "super-pazienti" per sviluppare un farmaco o un vaccino che aiuti i sieropositivi a rischio a tenere lontana la malattia.
La chiave, ha spiegato Chakraborty, sarebbe proprio nel meccanismo di maturazione delle cellule T, i linfociti. Il grado della loro efficacia dipende dall`abilità che sviluppano nell`allarmarsi in presenza degli antigeni umani leucocitari (HLA) estranei, molecole che si trovano sulla superficie di cellule virali e batteriche. In presenza della mutazione del gene HLA, chiamata HLS B57 1, i ricercatori si sono accorti che i linfociti selezionati grazie ad una minor quantità di tracce estranee, si mostrano più attenti e aggressivi contro l`Hiv, ma anche causa di reazioni immunitarie e malattie autoimmuni più eclatanti nei soggetti con la variante genica.
di cosimo colasanto (07/05/2010)

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