La fede aiuta
contro lo stress
(ma solo per chi crede)
La fede è antistress, e pensare a Dio aiuta a metabolizzare meglio gli errori commessi. Il discorso, però vale solo per le persone credenti: a sostenerlo è un gruppo i ricercatori dell`Università di Toronto Scarborough guidati da Michael Inzlicht e Alexa Tullett inuna ricerca pubblicata su Psychological Science, una rivista dell`Association for Psychological Science.
I ricercatori hanno misurato, in un primo esperimento, le onde cerebrali dei volontari in seguito a uno stress subito, mentre in un secondo studio li hanno sottoposti a un test computerizzato particolarmente difficile la cui espletazione prevedeva la commissione di un alto tasso di errori: ed è risultato che quando un credente pensava a tematiche riguardanti la propria religione, il cervello reagiva con meno preoccupazione e meno ansia agli errori commessi rispetto al cervello dei non credenti.
La differente risposta cerebrale, spiegano i ricercatori, dipende dal fatto che quando i credenti sono portati a pensare a tematiche inerenti la loro religione, nel cervello si riduce l`attività cerebrale collegata alla corteccia cingolata anteriore (ACC), un`area associata, tra le altre funzioni, a dare l`allarme quando si commettono errori. Al contrario, negli atei frasi e parole riguardanti la fede determinano un aumento dell`attività della corteccia cingolata anteriore, scatenando un aumento dell`ansia.
"Pensare alla fede rende più calmi e meno angosciati quando si commette un errore - spiega Inzlicht -. Ci sono alcune prove che le persone religiose vivono più a lungo e tendono ad essere più felici e più sane". Ma anche per gli atei c`è speranza, spiegano i ricercatori: "Pensiamo che questa reazione possa verificarsi con qualsiasi `sistema di senso` che aiuta le persone a capire il loro mondo".
I ricercatori hanno misurato, in un primo esperimento, le onde cerebrali dei volontari in seguito a uno stress subito, mentre in un secondo studio li hanno sottoposti a un test computerizzato particolarmente difficile la cui espletazione prevedeva la commissione di un alto tasso di errori: ed è risultato che quando un credente pensava a tematiche riguardanti la propria religione, il cervello reagiva con meno preoccupazione e meno ansia agli errori commessi rispetto al cervello dei non credenti.
La differente risposta cerebrale, spiegano i ricercatori, dipende dal fatto che quando i credenti sono portati a pensare a tematiche inerenti la loro religione, nel cervello si riduce l`attività cerebrale collegata alla corteccia cingolata anteriore (ACC), un`area associata, tra le altre funzioni, a dare l`allarme quando si commettono errori. Al contrario, negli atei frasi e parole riguardanti la fede determinano un aumento dell`attività della corteccia cingolata anteriore, scatenando un aumento dell`ansia.
"Pensare alla fede rende più calmi e meno angosciati quando si commette un errore - spiega Inzlicht -. Ci sono alcune prove che le persone religiose vivono più a lungo e tendono ad essere più felici e più sane". Ma anche per gli atei c`è speranza, spiegano i ricercatori: "Pensiamo che questa reazione possa verificarsi con qualsiasi `sistema di senso` che aiuta le persone a capire il loro mondo".
di Miriam Cesta (06/08/2010)
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Commenti dei lettori
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- DIO CI AIUTA SEMPRE, NON E` MAI SUCCESSO IL CONTRARIO SE CHIEDIAMO IL SUO AIUTO. LUI NON CI IGNORA MAI E NON CI DICE MAI DI NO

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