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Terapia del dolore: «Servono più diritti»

In Italia un paziente su quattro fa i conti con il dolore cronico. Dall`artrite reumatoide all`emicrania, dalla sclerosi multipla al diabete, fino al più comune mal di schiena, che quando si cronicizza cambia radicalmente la vita. Sono gli effetti a lungo termine di patologie che modificano di colpo abitudini, professioni, relazioni sociali e familiari. "Bisogna ripartire da qui, dalla terapia del dolore per rimettere al centro la persona", spiega Francesca Moccia, coordinatrice nazionale del Tribunale per i diritti del malato - Cittadinanzattiva, che ha elaborato una serie di proposte per riconoscere questa "malattia nella malattia".
Il dolore cronico è per definizione un dolore che dura oltre i 3-6 mesi. In Italia i pazienti che vivono costantemente in questa condizione sono il 26%, sopra la media europea, ferma al 19%. Si definisce benigno per distinguerlo da quello di origine oncologica, ma il suo "peso" sulla qualità della vita può diventare altrettanto insostenibile. Non a caso è  la prima causa di assenteismo sul lavoro, ma anche la prima causa di inabilità, con costi sociali altissimi che, nella gran parte, ricadono direttamente sulle famiglie.  
"Abbiamo fornito delle indicazioni precise a tutti i soggetti coinvolti, dal Ministero alle Regioni, dai medici ai pazienti per ripensare il modello della terapia del dolore", dice Moccia a Salute 24, ed in particolare per "scrivere linee guida a livello nazionale e revisionare i livelli essenziali di assistenza garantendo gratuità ed accessibilità a diagnosi e  terapia".
Prima di tutto, però, c`è la costruzione di una rete nazionale della medicina del dolore: "Il medico di famiglia è la porta di accesso, ma c`è bisogno di ripensare l`organizzazione su più livelli - spiega Moccia  -, ovvero territorio, ospedali e centri specialistici della cura del dolore". Fondamentale è la formazione degli operatori per "identificare il dolore" e avviare il paziente, punto debole della catena, "per avvicinarlo al centro e alla terapia più adatta".
Le proposte sono il punto di arrivo di un percorso condiviso da diverse associazioni: "Riteniamo un grande risultato aver messo insieme i medici di medicina generale di Fimmg e Simg, gli anestesisti della Siaarti e gli specialisti della terapia del dolore cronico raccolti in Federdolore - commenta Moccia - perché tra i medici c`è un grande disaccordo sulle metodologie e gli interventi da attuare". Infine una "raccomandazione" rivolta all`università con la richiesta, da parte dell`associazione, "di inserire nei piani di studio un esame di medicina del dolore nella formazione di medici e infermieri".

di cosimo colasanto
Pubblicato il 01/10/2008