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«È la salute il traino del biotech italiano»

Più di 26 mila addetti per un totale di 228 imprese, per un fatturato di 4,8 miliardi di euro, e un incremento dell`11% rispetto all`ultimo anno. Sono i numeri del biotech in Italia, in questi giorni in mostra a Milano a Palazzo delle Stelline in occasione della quinta edizione del Bioforum, il congresso internazionale sulle biotecnologie. Un settore che in Italia, come spiega il vicepresidente di Assobiotec Alessandro Sidoli a Salute24, "negli ultimi anni sta conoscendo una crescita significativa".
Un incremento sperimentato soprattutto dal settore salute, definito dagli addetti ai lavori "red biotech", trainante e decisivo, le cui imprese sono arrivate a coprire il 74% del totale. "Negli ultimi anni è certamente il settore che riscuote più interesse e sul quale, di conseguenza, si fanno più investimenti", spiega Sidoli. Un settore che dà vita al 20% dei farmaci italiani, a 500 dei vaccini già in commercio e al 50% dei medicinali ancora in fase di sperimentazione.
"Nonostante i numeri più esigui, però - sottolinea Sidoli - abbiamo anche altri settori altrettanto importanti". Il "green biotech", che si occupa principalmente di zootecnia, è al 12%; il "white biotech", che tratta principalmente problematiche di ricerca e sviluppo in tematiche ambientali e industriali, è al 9%, mentre l`informatica si attesta al 5%.
Una crescita, quella del biotech, che in Italia si è fatta un po` attendere, ma che negli ultimi anni non ha subito alcuna battuta d`arresto. "Fino al 2001 sul territorio nazionale si potevano contare fino a 120 aziende, mentre oggi ce ne sono più di 200: una crescita pari a più del 30% in soli sette anni", continua Sidoli. Un panorama fatto principalmente di piccole e medie imprese che insieme coprono più dell`87% del totale, affiancate da un 13% di grandi aziende.
Un settore in continuo sviluppo che ha portato l`Italia a ricoprire una posizione di tutto rispetto in Europa: "Non siamo un paese di punta, ma siamo appena dietro a Gran Bretagna, Germania e Francia e al pari di Danimarca, Spagna e Belgio, che hanno una tradizione legata al biotech molto più longeva della nostra", spiega Sidoli.
Nonostante i passi fatti in avanti, però, ci sono ancora delle cose da migliorare. Il meccanismo che dagli istituti di ricerca porta i progetti alle aziende che li tramutano in prodotti, infatti, andrebbe migliorato: "Abbiamo un ottimo settore di ricerca e buone aziende, ma queste ultime dovrebbero interagire maggiormente con le prime", continua Sidoli.
Qualche ostacolo, poi, viene posto anche dall`assenza, in Italia, di investitori specializzati nel settore biotech, e dalla mancanza di alcune figure specializzate, "motivi, entrambi, che spesso spingono le aziende a dover cercare all`estero le professionalità giuste o i fondi necessari al compimento del progetto".
Le prospettive, comunque, sono incoraggianti. Basta fare un solo esempio: quello delle nanotecnologie, settore per il quale è prevista una crescita del 40% all`anno nei prossimi quindici anni. A conferma che "il biotech è un settore in continua espansione, e non si fermerà", conclude Sidoli. Ma si può fare di più: "L`obiettivo è puntare al miglioramento non solo a livello locale, ma con progetti a livello nazionale". 

di m.c.
Pubblicato il 01/10/2008