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Hiv, il virus imprendibile:
da 25 anni è caccia al vaccino

"Il vaccino per l`Hiv sarà pronto entro 4 anni". Parola di Luc Montagnier, fresco premio Nobel per la medicina in comproprietà con Françoise Barré-Sinoussi, insieme lui nel 1982 quanto su un vetrino dell`Istituto Pasteur di Parigi fu isolato per la prima volta il virus nei linfociti del "primo malato" di Aids.
L`ottimismo del virologo francese si scontra però con decenni di annunci clamorosi ed altrettanto enormi delusioni. Il vaccino sempre a portata di mano, il vaccino sempre incompleto o efficace solo in parte. Tanto che finora la risposta più valida per gli oltre 40 milioni di sieropositivi resta la terapia Art, i cocktail di antiretrovirali. Non accessibili a tutti. Alla Conferenza internazionale sull`Aids di Mexico City, tenutasi ad agosto, l`Organizzazione mondiale della sanità ha presentato come un successo aver raggiunto nel 2007 la cifra record di 950 mila nuovi pazienti trattati con Art. In tutto fanno 3 milioni i pazienti curati: altri 37 milioni restano in attesa. Il vaccino, preventivo e terapeutico, sarebbe la soluzione definitiva. Ed il Nobel, a questo punto, potrebbe riaccendere i riflettori sulla ricerca e rappresentare un incentivo in più a raggiungere l`obiettivo.
Ci stanno provando da oltre 25 anni centinaia di laboratori in tutto il mondo. Solo quest`anno il Congresso Usa ha stanziato circa 500 milioni di dollari. I risultati parziali dei due programmi vaccinali più importanti portati avanti oltreoceano sono stati sorprendenti. In negativo, però. Chi riceveva il vaccino aveva due volte più probabilità di restare infetto rispetto a chi riceveva il placebo, ovvero la sostanza innocua usata per controllare gli effetti dei farmaci. Così Step e Phambili, questi i nomi delle due sperimentazioni, hanno ricevuto una secca battuta d`arresto.
L`ultimo tentativo era il più ambizioso. Utilizzare un innocuo virus del raffreddore, l`adenovirus, come esca per "scovare" l`antigene del virus dell`Hiv. Gli scienziati non avevano fatto i conti con la "furbizia" dell`Aids, sfuggente, capace di trasformarsi e diventare imprendibile. Anche in questo caso: le cellule prodotte del vaccino per difendere l`organismo erano allo stesso tempo "preda" ambita del virus che volevano sconfiggere. Un dilemma che, secondo i ricercatori, sta proprio nella natura stessa del "virus del secolo": attacca e si replica nel sistema immunitario, lo stesso deputato a difenderci dagli agenti virali.   
In questo momento ci sono oltre 30 sperimentazioni in corso nel mondo. La via italiana si identifica con il lavoro di Barbara Ensoli, a capo del Centro nazionale Aids dell`Istituto superiore di sanità. Il bersaglio del "vaccino made in Italy", entrato nella secondo fase di sperimentazione, è una proteina chiamata Tat che, come ha osservato il team della Ersoli, è indispensabile nella replicazione e nella propagazione del virus. L`aspetto innovativo dell`approccio sta proprio nella localizzazione della proteina. Finora si cercava di bersagliare quelle esterne alla membrana cellulare dell`agente patogeno, le cosiddette proteine strutturali. La Tat, che è una proteina regolatoria, presenta, secondo i ricercatori, dei vantaggi: non si modifica nel corso dell`infezione ed è molto simile in soggetti provenienti da aree geografiche diverse, dall`Africa all`Europa.

di cosimo colasanto (01/10/2008)

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