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Alzheimer, una teoria alternativa sulle cause della malattia

Non solo accumuli di proteine tossiche. La malattia di Alzheimer potrebbe essere causata da un difetto nel processo di smaltimento dei ‘rifiuti’ all’interno delle cellule. È l’ipotesi avanzata da ricercatori della University of California di Riverside (Stati Uniti) secondo i quali i processi chimici osservati potrebbero orientare la ricerca all’approfondimento di nuovi meccanismi e obiettivi terapeutici per l’Alzheimer e le altre malattie neurodegenerative.

 

Oltre placche e grovigli c’è di più

 

L’Alzheimer è la causa più comune della demenza senile, una condizione che in Italia interessa circa un milione di persone. I suoi numeri sono destinati a salire alla luce della tendenza all’invecchiamento della popolazione. Per questo è fondamentale comprendere al meglio le cause della patologia, per la sua prevenzione e il suo trattamento. Le cause non sono ancora note. Si è capito ad esempio che la predisposizione genetica ha un ruolo rilevante per l’insorgenza della malattia e poi sono state poi notate, nei cervelli dei pazienti, delle alterazioni del tessuto cerebrale. Le cellule non riescono a metabolizzare ed eliminare una proteina tossica, la beta-amiloide, che forma dei grumi tra i neuroni e inoltre si formano dei grovigli di un’altra proteina dannosa, la tau, all’interno delle cellule. 

 

Sono tutte anomalie che si sviluppano con l’età e spesso hanno rappresentato un target per la ricerca scientifica sui trattamenti: “La teoria dominante, che si basa sulla presenza di beta-amiloide, circola da decenni e sono stati condotti decine e decine di trial clinici basati su questo assunto ma senza successo”, spiega uno dei ricercatori Ryan R. Julian.

 

Assieme ai suoi colleghi Julian ha spostato il focus su un’altra anomalia cerebrale: “Oltre alle placche, nei cervelli delle persone con malattia di Alzheimer si può osservare un deposito di lisosomi, degli organelli cellulari. I neuroni sono esposti a problematiche che riguardano questi organuli, in modo specifico il loro deposito, una variazione che secondo noi potrebbe essere la causa della malattia di Alzheimer”.

 

I risultati della ricerca sono stati pubblicati su Acs Central Science.

 

Il trattamento dei rifiuti nelle cellule 

 

I lisosomi sono una sorta di cestino delle cellule contenenti degli enzimi. I grassi e le proteine vengono condotti ai lisosomi per essere scomposti nelle loro unità di base che vengono rispedite fuori dalla cellula per essere composte in nuovi grassi e proteine. In questo modo si garantisce l’equilibrio tra sintesi e scomposizione delle proteine. Tuttavia i lisosomi hanno un punto debole: se ciò che entra non viene scomposto, resta tutto all’interno degli organelli. La cellula si accorge che il suo cestino non sta funzionando e lo immagazzina, procedendo con la creazione di un nuovo lisosoma. Se anche questo fallisce, si ripete il processo lasciando potenzialmente un accumulo di lisosomi.

 

L’ipotesi è che le proteine longeve, quelle con un’esistenza molto duratura, tra cui la beta-amiloide e la tau, possono andare incontro a delle modificazioni spontanee che le rendono indigeste ai lisosomi: “Rappresentano un problema con l’invecchiamento e questo può spiegare il deposito di lisosomi nell’Alzheimer. Se l’ipotesi è corretta si aprirebbero nuove strade per il trattamento e la prevenzione della patologia”, ricorda Julian.

 

Come evitare che beta e tau modifichino la loro struttura?

 

In particolare le variazioni riguardano gli amminoacidi, l’impalcatura delle proteine longeve. Questi assumono un’immagine speculare della propria struttura originaria: “Gli enzimi che in genere scompongono le proteine non riescono a farlo perché non sono in grado di attaccarsi alla proteina. È come provare a mettere il guanto di sinistra alla mano destra. Tau e beta-amiloide subiscono delle modifiche che sono quasi invisibili, cosa che potrebbe spiegare la trascuratezza nei loro confronti da parte della ricerca scientifica”, aggiunge l’esperto.

 

“Da tempo si sa che queste modifiche si verificano nelle proteine longeve ma nessuno ha mai visto se queste variazioni riuscissero a impedire la scomposizione delle proteine da parte dei lisosomi. Un modo per evitare ciò sarebbe riciclare le proteine in modo tale da non farle sopravvivere per un tempo sufficiente ad assumere queste variazioni. A oggi non sono disponibili dei farmaci per stimolare questo riciclo nel trattamento della malattia di Alzheimer”, conclude Julian.

 

Foto: Pixabay

di Vito Miraglia
Pubblicato il 19/08/2019