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Dati medici persona: due su tre disposti a condividerli per la ricerca

La ricerca progredisce anche grazie alla partecipazione dei pazienti. La maggior parte di loro è disponibile a condividere i propri dati, le informazioni di carattere clinico che li riguardano, per fini scientifici. Per due pazienti su tre i dati possono essere consultati dai ricercatori del centro sanitario del quale si sono serviti, mentre per uno su quattro possono essere utilizzati anche all’esterno. È quanto hanno visto dei ricercatori della University of California San Diego (Stati Uniti) in uno studio pubblicato su Jama Network Open. “Sono risultati importanti – spiega Lucila Ohno-Machado, fra gli esperti coinvolti – perché i dati provenienti da un singolo centro sono spesso insufficienti a fini statistici per la ricerca. Quando i campioni sono di dimensioni ridotte non è detto che i risultati della ricerca si possano generalizzare a una popolazione più ampia”.

Esami, test e screening

Per l’avanzamento della conoscenza scientifica sono necessari database di dati clinici che possano permettere ai ricercatori di utilizzare un’ampia mole di numeri e informazioni. Questo anche perché la medicina sta diventando sempre più personalizzata e quindi servono dati riferiti a specifici profili. Grazie ai pazienti si possono alimentare questi archivi ma è necessaria però la loro disponibilità a condividere le informazioni personali. Quali informazioni?

I ricercatori della University of S. Diego, in collaborazione con altri centri, hanno affrontato la questione coinvolgendo i pazienti di due ospedali accademici. Hanno partecipato allo studio 1246 pazienti, in buona parte donne e con età media di 51 anni. È stato chiesto loro di manifestare o negare il consenso per la condivisione dei loro dati clinici personali riempiendo un modulo strutturato in uno fra quattro diversi schemi: potevano manifestare l’opt-in, ovvero l’assenso, o l’opt-out, la rinuncia alla condivisione, in modo semplice o dettagliato. Nelle forme semplici erano presenti 18 categorie di dati mentre nelle dettagliate ben 59.

Tra le categorie vie erano informazioni relative ai dati demografici, dall’età al genere alle condizioni socio-economiche, ai risultati degli esami di laboratorio, come screening e test genetici, agli esiti degli esami diagnostici, dalle radiografie alle risonanze magnetiche, fino alle informazioni sui campioni di materiale biologico (tessuti, sangue, urine).

Ai partecipanti è stato chiesto infine con che tipo di ricercatori volessero condividere i dati: solo con i dipendenti dell’istituto sanitario al quale si erano rivolti, o anche con quelli che lavoravano in altri centri, inclusi centri non-profit.

Ampio consenso sui dati da diffondere

La maggioranza dei partecipanti ha indicato una preferenza alla condivisione ‘interna’ dei dati, oltre il 67%, mentre un paziente su quattro era favorevole alla condivisione con l’esterno. Da molti partecipanti è arrivato il diniego alla diffusione solo di pochi dati e meno del 4% dei partecipanti ha scelto un no categorico alla condivisione dei dati con qualsiasi ricercatore. Sono tutti numeri incoraggianti, secondo gli autori, dal momento che favorisce la possibilità di condurre studi servendosi dei dati delle cartelle cliniche elettroniche o degli esami sui campioni dei singoli pazienti.

In tanti hanno identificato almeno una voce che non volevano fosse resa pubblica a un particolare tipo di ricercatore: “Si tratta di un dato importante perché le informazioni trattenute potrebbero non avere rilevanza per un certo studio ma l’opzione attuale del ‘tutto o niente’, se scelta, potrebbe comunque rimuovere i dati del paziente da tutti gli studi”, aggiunge Ohno-Machado.

Infine si è visto anche che il tipo di modulo influenzava la tendenza dei partecipanti a dare o negare il consenso. Il tasso di condivisione dei dati era infatti maggiore con l’opzione opt-out, quando era data la possibilità di scegliere i dati che non si volevano diffondere, più che con l’opzione opposta. Il tipo di elenco di dati, se dettagliato o semplice, non ha influenzato invece il tasso di condivisione.

Il formato dei moduli per il consenso strutturato a più livelli, che permette dunque la rimozione specifica di alcune categorie di dati, si è così dimostrato efficace e gradito ai pazienti e potrà servire da modello per le amministrazioni delle aziende sanitarie. Tutto sempre nel nome della ricerca scientifica. Bisogna però trovare un equilibrio tra la concessione ai pazienti della possibilità di scegliere quali dati condividere e le necessità della ricerca, che possa avanzare per il bene comune: “Chiedere direttamente ai pazienti potrebbe aumentare la quantità di dati condivisi ma dall’altro lato è possibile che alcuni settori di ricerca soffrirebbero avendo a disposizione campioni ridotti se i pazienti regolarmente declinassero il consenso su dati specifici”, conclude l’esperta.

 

Foto: © Andrei Tsalko - Fotolia.com

 

di p.a.
Pubblicato il 02/09/2019

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