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Malaria, una sfida ancora da vincere

Servono 34 miliardi di dollari per evitare due miliardi di casi di malaria da qui al 2030. Lo sforzo collettivo dev’essere davvero rilevante per l’eradicazione della malattia. Condizione necessaria è che gli interventi necessari siano indirizzati a beneficio delle popolazioni dei Paesi che subiscono i costi maggiori di questa epidemia, in particolare nell’Africa sub-Sahariana. Fondamentale è il ruolo della ricerca da anni impegnata nel tentativo di fornire nuovi strumenti diagnostici e nuove terapie. È l’appello lanciato dall’Oms dal Gruppo consultivo strategico per l’eradicazione della malaria: “Per un mondo senza malaria dobbiamo dare un nuovo netto impulso alla ricerca di strategie in grado di imprimere il cambiamento e di strumenti che possano essere usati su misura per situazioni locali”, ricorda Marcel Tenner, a capo di questo gruppo.

Limitare la capacità trasmissiva delle zanzare

Nel 2017 – secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità – i casi di malaria sono stati 219 milioni in 87 Paesi mentre i decessi hanno raggiunto quota 435 mila. Oltre il 90% del carico di questa patologia grava sulle spalle della Regione Africana dell’Oms. I tassi di incidenza e mortalità sono rimasti virtualmente invariati dal 2015, e questa è una buona notizia ma secondo le indicazioni dell’agenzia dell’Onu i Paesi sono ancora fuori strada verso il raggiungimento degli obiettivi fissati per il 2030, ovvero abbattere i tassi di incidenza e mortalità della malattia.

Per potersi rimettere in carreggiare e procedere spediti bisogna aumentare gli interventi contro la malattia infettiva. A cominciare dalla ricerca. Oggi – denuncia l’Oms – meno l’1% dei finanziamenti di tutta la ricerca va a quella destinata alla malaria. Inoltre bisogna fare di più per raggiungere l’universalità dell’accesso ai servizi sanitari.

Un punto di partenza per il gruppo consultivo è malERA, l’Agenda della Ricerca per l’eradicazione della malaria, messa a punto nel 2011. Si tratta di una strategia per orientare gli investimenti in particolare in tre aree: più ricerca sui farmaci e più strumenti per il controllo delle zanzare, i vettori degli agenti patogeni della malaria; provare a ridurre, se non proprio fermare, la capacità di questi  di trasmettere i parassiti; provare a definire degli approcci dinamici che sappiano rispondere all’epidemia in modo mirato, adattandosi ai diversi contesti locali. “Liberare il mondo dalla malaria sarebbe una delle conquiste maggiori per la salute pubblica. Con nuovi strumenti e nuovi approcci possiamo rendere tutto ciò realtà”, è il commento di Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms.

Farmaci e strumenti di prevenzione insufficienti

Con più decisione – uno sforzo che costerebbe 34 miliardi di dollari americani ma che ne frutterebbe circa 283 di Prodotto interno lordo – si potrebbero prevenire due miliardi di decessi e quattro milioni di diagnosi entro il 2030. Questo a patto che gli interventi raggiungano il 90% della popolazione nei 29 Paesi in cui si concentra il 95% dell’impatto globale della malattia in termini di casi e decessi. I benefici per la salute sarebbero maggiori tra le popolazioni più vulnerabili sulla terra: i bambini sotto i cinque anni, la categoria che paga il prezzo più alto della malattia con oltre il 60% di tutti i decessi, e i Paesi dell’Africa sub-Sahariana, in cui si verifica il 90% di tutti i decessi per malaria al mondo.

In particolare in questi Paesi l’accesso ai servizi sanitari rappresenta un’ulteriore sfida per un mondo malaria-free. Laddove il rischio di contrarre la malaria è moderato-intenso solo una donna incinta su cinque può ricevere i farmaci necessari per la prevenzione; ancora, solo la metà della popolazione africana a rischio dorme sotto le reti insetticide e solo il 3% gode della protezione degli insetticidi spray indoor.

 

Questi ultimi due strumenti rientrano fra le armi impiegate contro la malaria, messe a punto, nella quasi totalità, lo scorso secolo o ancora prima. Tra questi ci sono anche i test per la diagnosi rapida e i farmaci a base di artemisinina. La ricerca sta cercando di aggiornare questo armamentario, con nuovi medicinali, insetticidi, nuovi strumenti diagnostici, nuovi approcci per il controllo dei vettori e terapie a base di anticorpi monoclonali. Sul fronte della prevenzione, il primo vaccino, già sperimentato in Ghana e Malawi, è sul punto di essere testato in Kenya.

 

Foto: © claffra - Fotolia.com

 

di Vito Miraglia
Pubblicato il 27/08/2019