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Intestino irritabile, i benefici della terapia cognitivo-comportamentale

Dal terapista per il più comune disturbo intestinale: la sindrome del colon irritabile. La terapia cognitivo-comportamentale si è dimostrata efficace per il trattamento di questa condizione non solo nel breve ma anche nel lungo periodo. È quanto fanno sapere dei ricercatori della University of Southampton (Regno Unito) che hanno ripreso uno studio realizzato nel 2015 per vedere se i benefici della terapia fossero durati nel tempo. Dopo due anni l’effetto positivo del trattamento persisteva.

Che fare se la condizione non migliora

La sindrome dell’intestino irritabile è una condizione molto frequente, secondo i ricercatori riguarda tra il 10% e il 20% della popolazione. I suoi sintomi principali sono dolore addominale, gonfiore e irregolarità della funzione intestinale. Per alcuni pazienti c’è prevalenza di diarrea, per altri di stipsi mentre in altri casi le due alterazioni coesistono. L’impatto sulla qualità di vita è notevole e spesso i pazienti sono costretti ad assentarsi dal lavoro.

Grazie all’intervento del medico, tra cambi delle abitudini alimentari e medicinali, chi è colpito dalla condizione ottiene benefici. Tuttavia non sempre i sintomi regrediscono. Per i pazienti che, nonostante i farmaci e le variazioni dello stile di vita, dopo dodici mesi ancora fanno i conti con i sintomi c’è un’arma in più. Come ricordano i ricercatori, le linee guida del National Institute for Health and Care Excellence inglese indicano il ricorso alla terapia cognitivo-comportamentale.

Nel 2015 il team di ricerca, guidato da Hazel Everitt della University of Southampton, aveva valutato l’efficacia di questa terapia su 558 partecipanti con sindrome dell’intestino irritabile resistente. La terapia era condotta per telefono o via Internet, quindi con un minore intervento dello specialista. Il nucleo centrale era lo stesso, indipendentemente dal mezzo con cui era condotta: regolazione dell’asse intestino-cervello, tecniche di comportamento per migliorare le abitudini intestinali, sviluppo della regolarità alimentare, gestione dei pensieri problematici e dello stress, prevenzione delle recidive. Sia questi pazienti che il gruppo di controllo avevano continuato a seguire il trattamento farmacologico al quale erano stati indirizzati.

Dopo dodici mesi i sintomi diventavano meno gravosi e migliorava la qualità di vita.

Terapia ampiamente disponibile

In quest’ultimo studio, pubblicato su Lancet Gastroenterology and Hepatology, i ricercatori hanno ricontattato i partecipanti e hanno valutato diverse misure: l’impatto della sindrome sulla capacità di lavorare e sulla possibilità di svolgere le attività quotidiane e partecipare alle attività sociali, l’umore, la capacità di gestire la condizione, i sintomi, se i pazienti avessero cercato un terapista cognitivo-comportamentale anche per altre condizioni, ecc. L’onda lunga degli effetti positivi della terapia andava effettivamente oltre i dodici mesi: le condizioni della sindrome dell’intestino irritabile erano evidenti su tutti i fronti.

La terapia cognitivo-comportamentale si conferma uno strumento utile per il trattamento della sindrome e il fatto che si possa condurre per telefono o via Internet la rende disponibile a un gran numero di pazienti: “I pazienti sono in grado di seguire la terapia quando possono senza doversi spostare in clinica e ora sappiamo che i benefici possono durare a lungo”, conclude Everitt.

 

Foto: © Naeblys - Fotolia.com

di Vito Miraglia
Pubblicato il 12/09/2019